RIARMO – NO GRAZIE

La NATO e l’Unione Europea ci stanno imponendo un aumento della spesa militare, portandola al 5% del PIL, Ciò non è di certo un segnale di distensione, ma di ulteriore aggressività e provocazione nei confronti della Russia, giustificato in nome di una maggiore presunta sicurezza.

Aggressività e provocazione spacciate per pace e sicurezza. È esattamente quello che è avvenuto con l’avanzamento della NATO verso est circondando la Russia di postazioni militari; con l’affermazione ipocrita che è necessario armare l’Ucraina per ottenere una pace giusta; con le numerose e imponenti esercitazioni militari della NATO ai confini con la Russia; e infine con l’aumento della spesa militare, prima al 2% del PIL ed ora addirittura al 5% del PIL.

Lo storico Alessandro Barbero ci ha ricordato che le grandi guerre sono state tutte precedute da un periodo di riarmo delle nazioni e si sta creando uno scenario abbastanza pericoloso ed esplosivo.

CHI È IL NEMICO?

Al di là di interessi politici di parte, vogliono farci credere che la Russia rappresenti una minaccia militare. Da anni c’è una campagna martellante di propaganda, che parte dagli Stati Uniti e si diffonde in Europa.  Basta leggere i rapporti di strategia geopolitica pubblicati dalla Rand Corporation (Istituto che suggerisce strategie geopolitiche a governi USA), dove viene proprio messo per scritto che la Russia va combattuta anche dal punto di vista della propaganda. In questo report del 2019, a pagina 5 viene descritto nei dettagli come combattere la Russia dal punto di vista dell’informazione per influenzare l’opinione pubblica.

Dal canto suo la Russia non ha mai dimostrato segni di aggressività verso l’Europa, anzi una decina di anni fa aveva addirittura chiesto di far parte della NATO, ma la richiesta è stata rigettata. Nel 2002 grazie a Berlusconi fu firmato a Pratica di Mare un accordo USA/NATO-Russia per rafforzare la cooperazione tra le parti e la sicurezza internazionale. Accordo vanificato nel 2004 da un’ulteriore espansione della NATO verso i paesi dell’Europa orientale (Bulgaria Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia).

La Russia non è un nemico e lo pensano molti italiani, come anche molti russi amano l’Italia e gli italiani. Basta navigare un po’ in rete per verificarlo. I cittadini europei sono contrari alla guerra, ma le leadership NATO ed europea fanno orecchie da mercante e continuano nella politica militaresca definita “difensiva”, ma che in realtà è aggressiva e provocatoria verso la Russia.

Governi e classe dirigente si piegano, senza esitazione, ai dictat che arrivano da USA, NATO e Unione Europea. Abbiamo assistito a vergognosi episodi di russofobia quando artisti e professori russi sono stati emarginati da concerti, musei, università, o addirittura quando varie banche italiane hanno congelato i conti di cittadini russi. La Russia è un nemico che ci è stato imposto con la complicità di una grande maggioranza della classe politica sia di destra che di sinistra e con la vergognosa complicità dei mezzi di comunicazione.

È difficile pensare che ci sia un nemico, a meno USA NATO ed Europa non facciano di tutto per crearselo, come hanno fatto fino ad ora, evitando qualsiasi iniziativa diplomatica per porre fine alla guerra. l’Inghilterra (Boris Johnson) ha addirittura sabotato gli l’accordi di Istanbul in cui Russia e Ucraina avevano già trovato un accordo per porre fine al conflitto già ad aprile 2022.

CUI PRODEST?

Senza dubbio questa strategia geopolitica è frutto dell’imperialismo statunitense che non ha bandiere politiche, sia amministrazioni democratiche che repubblicane hanno portato avanti la stessa politica estera.

La strategia geopolitica USA al fine di controllare risorse energetiche e naturali ha provocato conflitti nel teatro del medio oriente. È successo in Libia, in Iraq, in Afghanistan, in Siria, nei Balcani e in Ucraina. La Casa Bianca scatena guerre d’aggressione, e poi scarica una parte dei costi di queste guerre sui suoi alleati europei, chiedendo loro di mettere le sue armi e i suoi soldati alle dipendenze dei comandi americani della NATO. 

Non ce ne rendiamo conto, ma gli USA oltre a mettere le mani sulle risorse naturali ed energetiche dei paesi “nemici” sfruttano anche i loro partners europei a cui viene imposto l’acquisto di armi e di gas, dopo che “qualcuno” ha sabotato il gasdotto Northstream2. I nostri governi accettano tutto ciò senza reclamare, quasi con entusiasmo, nonostante tutto ciò comporti scelte costose, insostenibili e inaccettabili per la popolazione.

SIAMO SICURI CHE SERVE ?

Un investimento in armi al 5% del PIL, senza un esercito comune, senza una strategia comune non è certo una strategia vincente.

Una eventuale guerra contro la Russia potrà avvenire solo se la Russia sarà costretta a difendersi e Putin lo ha ripetuto più di una volta: “Se verrà minacciata l’integrità della Russia, la Russia non esiterà ad attaccare l’Europa facendo ricorso a missili supersonici e a nuovi armamenti”. 

La natura della guerra sta cambiando e in scenari estremi le guerre saranno sempre più a distanza, con missili ipersonici, droni autonomi, attacchi cibernetici e armi spaziali. Questi strumenti rendono obsoleti molti sistemi difensivi convenzionali: non si tratta più solo di carri armati e fanteria, ma di velocità, intelligenza artificiale e capacità di dissuasione.

I missili supersonici come gli Avangard russi o i DF-ZF cinesi viaggiano a oltre Mach 10 e sono capaci di cambiare traiettoria durante il volo, rendendo quasi impossibile intercettarli con i sistemi attuali.

Ma allora a che serve spendere il 5% del PIL in spese militari (in realtà sarà solo il 3,5% del PIL), in armamenti in gran parte convenzionali?

Può servire, come già detto nel capitolo Cui Prodest, a farci spendere un po’ di soldi rimpinguando le casse degli Stati Uniti, che ci venderà le sue armi e anche e dando un po’ di slancio all’industria militare europea messa in crisi dalla folle politica di decarbonizzazione, che sta provocando una deindustrializzazione dell’Europa. La Volkswagen ha già dichiarato di essere pronta a convertire una sua fabbrica in produzione di armamenti e saranno felici anche le società italiane Fincantieri e Leonardo.

SPESA SOSTENIBILE?

L’Italia, pur non avendo nemici reali è stata costretta ad accettare un aumento della sua spesa militare, prima ci è stato chiesto un aumento fino al 2% del PIL e con l’amministrazione Trump addirittura al 5% del PIL, cifra ragionevolmente folle ed insensata per la realtà italiana ed anche europea. Già abbiamo difficoltà a rispettare il vincolo del 2% del PIL, figuriamoci del 5%.

Il governo italiano ha dichiarato di aver già raggiunto il 2% del PIL nel 2025. In realtà si sta molto giocando con i numeri. Nel 2025 la spesa militare vera e propria è di circa 1,5% del PIL. Si raggiunge il 2% del PIL attraverso un ricalcolo metodologico che include voci relative a spese per la Guardia di Finanza, la Guardia Costiera, le spese per pensioni militati, infrastrutture strategiche come il ponte sullo stretto di Messina.

2% del PIL, con un PIL di 2.192 miliardi di euro (PIL 2024) significa spendere un totale di 43,84 miliardi, di cui circa 34 miliardi per pure spese militari.  

Per quanto riguarda il traguardo del 5%, Giorgia Meloni ha definito l’aumento delle spese militari italiane entro il 2035 un “impegno necessario e sostenibile” e ha ribadito che non sarà necessario attivare la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità per il 2026 (ovvero il deficit rientrerà nei limiti del 3% del PIL); non dice però cosa succederà dopo il 2026.

L’accordo NATO prevede di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035, suddiviso in:

  • 3,5% per spese militari “pure” (armamenti, personale, missioni internazionali, ricerca e sviluppo militare, supporto all’Ucraina, ecc.).
  • 1,5% per spese di sicurezza allargata (cybersicurezza, infrastrutture critiche, telecomunicazioni, mobilità militare, ecc.), che include voci spesso già esistenti nei bilanci statali e potenzialmente finanziabili con fondi europei come il PNRR.

Raggiungere il 5% implicherebbe un aumento significativo, con stime che variano tra i 100 e i 145 miliardi di euro annui entro il 2035, a seconda delle proiezioni del PIL.

Con un ipotetico aumento del PIL di 1% l’anno nel 2035 ci sarebbe un PIL di 2.445 miliardi di euro e quindi il 5% per spese militari corrisponderebbe a 122 miliardi di euro di cui 85,5 miliardi spese puramente militari e 36,6 miliardi per spese di sicurezza.

Può lo Stato italiano permettersi di spendere 122 miliardi l’anno per spese militari?

Ogni anno lo Stato prevede una manovra finanziaria intorno ai 30 miliardi, con la regola del 5% arriveremo a 120 miliardi solo per la difesa, a cui vanno aggiunti altri miliardi per le spese per il PNRR e per le altre spese.

Aumenteranno sia il debito pubblico sia gli interessi sul debito pubblico. A grandi linee, nel 2035 lo Stato potrebbe avere la necessità di reperire intorno ai 120 miliardi per finanziare la spesa militare e intorno ai 130 miliardi per pagare gli interessi sul debito, più ovviamente tutti gli altri importi per la normale amministrazione dello Stato. Tutto questo denaro dovrà essere reperito di sicuro attraverso il debito pubblico (emissione titoli di stato). Tale ammontare dovrà in qualche modo essere pagato dai cittadini e considerando intorno ai 26 milioni di famiglie significa che ogni famiglia dovrà farsi carico di quasi 10.000 euro di spesa, anche se spalmati negli anni successivi con titolo pluriennali.

La spesa si rinnoverà di anno in anno con aumenti significativi di debito e interessi.

Tutto ciò è folle, ci stanno dissanguando per una presunta minaccia della Russia a cui si aggiunge la presunta minaccia della crisi climatica antropica, che con la politica della decarbonizzazione sta portando L’Europa alla deindustrializzazione e all’impoverimento.

Il sistema è insostenibile ed è destinato ad implodere, prima o poi la popolazione si dovrà rendere conto di tutto ciò. C’è da chiedersi come sia possibile che non ci abbiamo pensato, o forse è proprio questo quello che vogliono?

FONTI DI FINANZIAMENTO

Per coprire questo aumento di spesa, l’Italia ha quattro opzioni principali, tutte con implicazioni significative:

  • Tagli ad altre voci di spesa: Ridurre investimenti in sanità, istruzione, o welfare. Questo è problematico per un Paese dove già non si spende a sufficienza in servizi essenziali come la sanità, la sicurezza pubblica e dove la percentuale di poveri è in crescita.
  • Aumento delle tasse: Anche questa strada è poco percorribile visto il livello di tassazione già raggiunto. Nuove tasse come ad esempio la probabile carbon tax, di certo sarebbero impopolari.
  • Privatizzazioni: Vendite di quote di società pubbliche potrebbero generare nuove entrate, ma queste sono una tantum e storicamente hanno un impatto limitato, e con riflessi negativi a lungo termine.
  • Debito pubblico: Con un rapporto debito/PIL già elevato questa opzione è rischiosa e limitata, soprattutto considerando le regole UE sul deficit (3% del PIL) e sul debito. Il governo Meloni ha escluso lo sforamento del deficit per il 2026, ma non per gli anni successivi.

Quello che si sta facendo è accettare senza discutere le regole che ci vengono imposte; ormai siamo uno Stato completamente eterodiretto. Ci impongono di spendere, di indebitarci su voci di spesa che decidono alla NATO, all’OMS, nell’Unione Europea e quasi sempre si tratta di spese improduttive.

Nel caso specifico delle spese militari, quello che sta facendo il governo Meloni è di spostare il debito nei prossimi anni, mettendolo in carico ai futuri governi, alle future generazioni.

In Europa solo il leader spagnolo Pedro Sanchez si è rifiutato di accettare il vincolo del 5% del PIL dicendo chiaramente che è una spesa insostenibile e inaccettabile e la Spagna non destinerà più del 2,1% del PIL alle spese militari. Subito è partita la replica di Trump, che ha minacciato ritorsioni verso la Spagna. Questo è il metodo, o si fa quello che decidono all’estero o si rischiano delle rappresaglie.

CRITICHE E RISCHI

SOSTENIBILITÀ ECONOMICA – L’Italia ha un debito pubblico già elevato e un aumento della spesa militare di circa 110 miliardi di euro annui (per raggiungere il 5% del PIL) comporterebbe un ulteriore aggravio sul bilancio, potenzialmente insostenibile senza tagli ad altre voci o un aumento delle entrate fiscali.

Il governo afferma che la spesa è sostenibile, almeno fino al 2026, ma questa sostenibilità viene realizzata attraverso delle manovre contabili. Il problema emergerà dopo il 2026 quando si dovrà effettivamente porre mano al portafoglio.

Il governo sta prendendo tempo spostando il problema negli anni futuri, quando si troverà compresso tra il rispetto dei vincoli europei del deficit al 3% e del debito troppo alto. Un downgrade del rating creditizio, come già accaduto per gli Stati Uniti e minacciato per la Francia, potrebbe aumentare i costi di finanziamento del debito, aggravando la situazione economica.

EFFICACIA PER LA SICUREZZA – Investire in armamenti non garantisce una maggiore sicurezza, soprattutto se la politica estera viene impostata a scapito della diplomazia e della prevenzione dei conflitti.

Quello che sta facendo da vari anni la NATO è di provocare la Russia, rifiutando iniziative diplomatiche e approcci amichevoli. L’aggressione della Russia verso l’Ucraina è il frutto della politica estera USA e dell’ingerenza degli USA negli affari interni dell’Ucraina. La NATO per giustificare la sua esistenza ha bisogno di un nemico e ed il nemico è per definizione la Russia.

Nel caso di un inasprimento dei rapporti con la Russia e di un possibile conflitto con la NATO la guerra molto probabilmente non sarà una guerra convenzionale. È molto probabile che un conflitto moderno tra Russia e NATO si concentri su operazioni a distanza, con utilizzo di missili balistici, cruise e ipersonici, droni e attacchi aerei di precisione, mirando a infrastrutture critiche, basi militari e reti di comando.

La dottrina russa prevede l’uso di armi nucleari in caso di minaccia esistenziale, mentre la NATO ha una politica di deterrenza nucleare. Questo rende un conflitto su larga scala estremamente pericoloso.

Non è poi da sottovalutare che in Italia sono presenti vari obiettivi militari USA e NATO di importanza strategica. In Italia ci sono i depositi di armi nucleari statunitensi di Ghedi e Aviano, che sono anche basi aeree, c’è la base aerea di Sigonella, il quartier generale della NATO a Napoli, il centro di telecomunicazioni di Sigonella.

OPPOSIZIONE INTERNA – In Italia, l’opinione pubblica è tradizionalmente contraria sia ad armare l’Ucraina, sia a incrementi significativi della spesa militare, soprattutto se a scapito di settori come sanità, istruzione e welfare e su internet è evidenziato il malcontento popolare. Ciò potrebbe generare proteste e instabilità politica, soprattutto in un contesto di alta inflazione e pressione economica.

Bisognerebbe avere il coraggio di dire NO alla NATO e agli USA come ha fatto Pedro Sanchez in Spagna. Probabilmente ci saranno delle ritorsioni politiche ed economiche verso la Spagna da parte degli USA, ma forse è meglio pagare subito il conto piuttosto che pagare più in là un conto molto più salato.

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