Chi guida davvero gli USA?

Per comprendere il rapporto odierno tra Stati Uniti e Israele, occorre fare un salto indietro di oltre centocinquant’anni.

Nel corso del XIX secolo, i banchieri britannici – tra cui spicca il nome dei Rothschild – guardavano con interesse alla giovane repubblica americana, con l’intento di imporre negli Stati Uniti un sistema di banca centrale sul modello della Bank of England, ossia un’istituzione privata che emettesse moneta a debito, arricchendo i banchieri a scapito del tesoro pubblico e della popolazione.

Questo progetto incontrò inizialmente forti resistenze da parte di vari presidenti degli Stati Uniti, tra cui Jefferson, Jackson, Tyler e Lincoln, ma alla fine trovò compimento nel 1913, con la creazione del Federal Reserve System (la FED).

Sebbene ufficialmente indipendente e apparentemente federale, la FED nacque come azienda privata controllata sia da banchieri ebrei come i Rothschild, Schiff, Warburg, Lehman e altri, sia da nuovi magnati americani quali J.P. Morgan e John D. Rockefeller. Da quel momento, il sistema monetario statunitense cessò di essere interamente pubblico e iniziò a dipendere da un ristretto gruppo di famiglie finanziarie.

Nasce il movimento sionista

Nel frattempo, in Europa e negli Stati Uniti nasceva il movimento sionista, che aveva un obiettivo ben definito: trovare una “terra promessa” per il popolo ebraico. Per realizzarlo, tuttavia, occorreva ottenere il controllo – o quantomeno un’influenza decisiva – sulle leve del potere statunitense e sulla popolazione. Fu in questo contesto che la ricchezza accumulata dalle famiglie ebree americane cominciò a tradursi in influenza politica.

Secondo diversi storici revisionisti, il loro appoggio fu determinante per decidere l’ingresso degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale, una scelta legata alla Dichiarazione di Balfour del 1917, con cui il governo britannico sosteneva la creazione di un “focolare nazionale ebraico”.

La Dichiarazione di Balfour era una lettera firmata da Arthur James Balfour, allora Ministro degli Esteri del Regno Unito, indirizzata a Lord Walter Rothschild, uno dei massimi esponenti della comunità ebraica britannica e referente della Federazione Sionista.

La dichiarazione prometteva, in caso di vittoria del conflitto, di favorire la creazione, in Palestina, dell’insediamento della popolazione ebraica.

Il Protettorato della Palestina

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, durante le negoziazioni per il trattato di pace di Parigi, emerse la Dichiarazione di Balfour, che fu determinante per far diventare la Palestina un protettorato britannico. Quella dichiarazione scatenò l’odio dei tedeschi verso gli ebrei, perché capirono che gli Stati Uniti erano entrati in guerra per le pressioni degli influenti e ricchi ebrei esercitate sul governo degli Stati Uniti.

I Rothschild e altre facoltose famiglie ebree giocarono un ruolo chiave nel finanziare l’acquisto di vaste porzioni di terra in Palestina e nel favorire l’insediamento di coloni ebrei. Accanto a questa opera di colonizzazione materiale, prese avvio anche un’intensa attività di propaganda e filantropia: borse di studio, ospedali, università e centri culturali sorsero in Palestina, mentre negli Stati Uniti venivano fondate organizzazioni pro-sioniste con il compito di plasmare l’opinione pubblica americana.

La nascita dello Stato di Israele

La seconda guerra mondiale rappresentò il punto di svolta definitivo. La tragedia dell’Olocausto fornì agli attivisti sionisti una straordinaria leva morale per chiedere la creazione di uno Stato ebraico. Nel 1948, con il sostegno decisivo degli Stati Uniti, la Palestina divenne ufficialmente lo Stato indipendente di Israele.

Esiste anche una narrazione alternativa, sostenuta da alcuni storici revisionisti, secondo cui le atrocità dell’Olocausto sarebbero state sovradimensionate – sia per numero di vittime, sia per le modalità di sterminio. Secondo questa lettura, molti ebrei nei campi di concentramento sarebbero morti più per fame e malattie che per le camere a gas, poiché le risorse alimentari e sanitarie erano dirottate verso la popolazione tedesca e verso l’esercito tedesco. In questa prospettiva, la propaganda sionista americana avrebbe saputo sfruttare il dolore e l’orrore per ottenere un consenso internazionale indispensabile alla nascita dello Stato di Israele.

Il dopoguerra: finanziamenti, lobby e penetrazione istituzionale

Dal 1948 in poi, le famiglie ebree americane più facoltose hanno moltiplicato i loro investimenti in organizzazioni filo-ebraiche e filo-israeliane, creando una fitta rete di think tank, associazioni culturali, comitati di azione politica e fondazioni universitarie. L’obiettivo dichiarato era sostenere Israele; quello implicito, condizionare l’opinione pubblica e le scelte di politica estera degli Stati Uniti.

Oggi questa influenza è talmente pervasiva da attraversare trasversalmente entrambi i grandi partiti americani, il Democratico e il Repubblicano. Nessuna amministrazione, da Truman a Biden, ha potuto ignorare le richieste delle lobby filo-israeliane, tra cui spicca l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), considerata una delle organizzazioni di pressione più potenti di Washington.

Per analizzare correttamente l’influenza finanziaria è necessario fare una precisazione terminologica fondamentale: negli Stati Uniti non si parla di “lobby ebraiche” in senso religioso, ma di lobby pro-Israele (o Pro-Israel interest groups).

Queste organizzazioni sono composte e finanziate soprattutto da cittadini americani di fede ebraica, ma anche da cristiani evangelici e investitori vari.

Di seguito sono citate le principali lobby pro-Israele che finanziano e influenzano la politica statunitense, divise per orientamento politico e modalità di azione.

  1. A – In primis ci sono le organizzazioni storiche più ricche, che distribuiscono fondi sia ai Democratici sia ai Repubblicani, purché sostengano l’alleanza militare USA-Israele, e sono AIPAC e Pro-Israel America.
    AIPACA(American Israel Public Affairs Committee): È la lobby più influente in assoluto, che in ogni ciclo elettorale investe milioni di dollari per sostenere i candidati moderati e colpire i politici isolazionisti o appartenenti alla sinistra radicale.
    Pro-Israel America:AUn PAC nato con l’obiettivo specifico di raccogliere fondi da singoli cittadini e convogliarli direttamente nelle campagne elettorali di candidati di entrambi i partiti considerati alleati di ferro di Israele.
  2. B – Esistono poi gruppi che finanziano quasi esclusivamente candidati del Partito Repubblicano e promuovono una linea di destra intransigente sulla sicurezza nazionale di Israele e sugli insediamenti.
    RJCA(Republican Jewish Coalition): Attraverso il suo RJC Victory Fund, spende milioni di dollari in pubblicità elettorali. È il canale principale attraverso cui i grandi miliardari conservatori (come la famiglia Adelson o Paul Singer) finanziano i candidati repubblicani al Congresso e alla Presidenza.
    ZOAA(Zionist Organization of America): È una delle organizzazioni più antiche. Sebbene faccia meno “spesa elettorale diretta” rispetto all’AIPAC, svolge un’enorme attività di pressione (lobbying) sui parlamentari di Washington per promuovere leggi a favore della sovranità israeliana.
  3. C – Ovviamente esistono anche gruppi che intervengono principalmente all’interno del Partito Democratico per contrastare l’ala più critica verso Israele, bilanciando il sostegno allo Stato ebraico con la diplomazia.
    DMFIA(Democratic Majority for Israel): Un PAC potentissimo nato per blindare il Partito Democratico dall’avanzata della sinistra progressista (la cosiddetta “Squad” di Alexandria Ocasio-Cortez). Spende milioni nelle primarie democratiche per far vincere i candidati moderati.
    J Street: Si definisce una lobby “pro-Israele e pro-pace”. Sostiene quasi esclusivamente candidati democratici e promuove la soluzione a due Stati. Pur finanziando i politici, si oppone spesso alle posizioni della destra israeliana e dell’AIPAC, favorendo la diplomazia.
  4. D – Come detto, esistono anche organizzazioni non ebraiche a sostegno di Israele, tra cui CUFI (Christians United for Israel), guidata dal pastore evangelico John Hagee, che conta oltre 10 milioni di membri. Pur non essendo un’organizzazione ebraica, è una delle più potenti lobby pro-Israele al mondo. Non dona grandi cifre dirette ai candidati, ma sposta milioni di voti della destra cristiana e organizza imponenti campagne di pressione sui membri del Congresso.

Finanziamenti Trasparenti

Negli Stati Uniti, la FEC (Federal Election Commission) impone l’obbligo di registrare e pubblicare online ogni singolo dollaro ricollegabile alla politica. È possibile tracciare al 100% sia le donazioni a favore di candidati, sia le spese indipendenti dei Super PAC elargite a favore di qualche politico per spot televisivi o spese di propaganda elettorale o politica in genere.

Organizzazioni indipendenti come OpenSecrets.org prendono questi dati grezzi governativi e li trasformano in dati pubblici, facili da leggere per i cittadini.

I fondi destinati alla causa pro-Israele tracciati da OpenSecrets variano notevolmente in base ai cicli elettorali statunitensi e alle spese di lobbying annuali, registrando una crescita massiccia negli anni più recenti.

La seguente tabella mostra i dati complessivi dei contributi erogati da PAC (Political Action Committees) e da singoli individui legati a organizzazioni pro-Israele.

Anno del Ciclo ElettoraleContributi Erogati
2024$78.118.068
2022$44.045.204
2020$32.979.552
2018$15.381.302

Oltre a queste cifre dichiarate, gruppi di pressione esterni o super PAC hanno investito flussi significativi di denaro per spot e campagne indipendenti, con spese che nel solo periodo delle primarie del 2024 e 2026 hanno toccato decine di milioni di dollari aggiuntivi.

“Dark Money”

In teoria tutti i finanziamenti ai partiti e ai politici dovrebbero essere tracciabili per legge, ma esiste una parte grigia e legale chiamata “Dark Money” che sfugge al tracciamento diretto dei nomi dei donatori.

Esiste un modo del tutto legale con cui i grandi donatori possono nascondere la propria identità. Questo avviene attraverso le organizzazioni non-profit.

Un miliardario che vuole rimanere anonimo stacca un assegno da 10 milioni di dollari a una non-profit pro-Israele (o pro-ambiente, ecc.). Successivamente, la non-profit gira quegli stessi 10 milioni a un Super PAC elettorale. Nei registri pubblici della FEC risulterà solo che il Super PAC ha ricevuto il denaro dall’Associazione Non-Profit X, nascondendo l’identità del vero miliardario che ha originato il finanziamento.

Esistono poi canali e stratagemmi del tutto illegali o situati in zone grigie della legge in cui né la cifra né il donatore vengono registrati nei report elettorali ufficiali della FEC.

Questi canali sotterranei vengono utilizzati principalmente per aggirare il divieto assoluto per i governi e i cittadini stranieri di finanziare la politica americana. I metodi più utilizzati includono: contratti di consulenza fittizi, finanziamento di attività collaterali (si finanziano le fondazioni e i think tank), utilizzo gratuito di jet privati o yacht di lusso intestati a società offshore, alloggi gratuiti in resort o hotel di proprietà di grandi finanziatori.

Finanziamenti governativi

Oltre ai finanziamenti provenienti dai privati, esistono anche finanziamenti pubblici sia da parte del governo federale sia da parte di alcuni stati dell’unione.

Gli Stati Uniti sono stati il primo paese a riconoscere il governo provvisorio dello Stato di Israele alla sua fondazione nel 1948, e sono stati un forte e costante sostenitore dello Stato ebraico. Israele è stato il più grande destinatario cumulativo di aiuti esteri degli Stati Uniti dalla sua fondazione, ricevendo oltre $ 300 miliardi di dollari.

A partire dal 1999 i finanziamenti, fino ad allora decisi ed elargiti di anno in anno, sono stati regolamentati da accordi quadro bilaterali (i cosiddetti Memoranda of Understanding o MOU). Si tratta a tutti gli effetti di contributi a fondo perso (grants) che il governo statunitense eroga a Israele con il vincolo di spenderli per l’acquisto di armamenti, sistemi di difesa e servizi militari prodotti da aziende americane.

Dal 1999 a oggi sono stati firmati tre accordi decennali consecutivi:

  • Primo MOU (FY1999–FY2008): Firmato sotto l’amministrazione Clinton, prevedeva un pacchetto complessivo di circa 26,7 miliardi di dollari.
  • Secondo MOU (FY2009–FY2018): Firmato sotto l’amministrazione George W. Bush, ha innalzato l’assistenza militare a un totale di 30 miliardi di dollari.
  • Terzo MOU (FY2019–FY2028): Firmato alla fine dell’amministrazione Obama nel 2016 e attualmente in vigore. È il più grande impegno di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti: 38 miliardi di dollari in 10 anni (pari a 3,8 miliardi all’anno), divisi in 3,3 miliardi per gli armamenti (FMF) e 500 milioni per la difesa missilistica congiunta (come i sistemi Iron Dome e Arrow).

Oltre all’accordo base, che prevede un finanziamento a fondo perso di 3,8 miliardi l’anno, di anno in anno, vengono stanziati ulteriori finanziamenti in base alle necessità.

Con la guerra di Gaza e poi con la guerra contro l’Iran, tali finanziamenti sono aumentati in modo significativo. Dal 2023 a settembre 2025 sono stati finanziati dai 16 ai 21 miliardi di dollari in aiuti militari diretti, di questi, circa 6,7 miliardi sono andati alla difesa missilistica. Dal 1985 in poi il Congresso USA ha convertito tutto l’aiuto militare in grants (denaro a fondo perso). Da allora Israele non ha più debito sovrano verso il governo USA derivante da questi aiuti.

In aggiunta ai finanziamenti governativi, esiste poi anche un sostegno economico in forma di prestiti verso Israele.

Oltre 90 governi statali, contee e municipalità statunitensi (tra cui Florida, New York, Ohio, Texas e Arkansas) acquistano in larga misura le obbligazioni emesse dallo Stato di Israele. Questi titoli di debito pubblico israeliano vengono in pratica acquistati utilizzando il denaro dei contribuenti o i fondi pensione dei dipendenti pubblici.

Dallo scoppio delle forti tensioni geopolitiche nell’ottobre 2023, i soli Stati e governi locali americani hanno acquistato oltre 1,7-2 miliardi di dollari in Israel Bonds per iniettare liquidità immediata nelle casse di Tel Aviv, fungendo da decisivo ammortizzatore finanziario.

In sintesi, mentre il governo di Washington fornisce a Israele una linea di credito a fondo perso per comprare armi americane, i singoli Stati della federazione investono direttamente il denaro dei propri cittadini nel debito sovrano israeliano per sostenerne l’economia e la stabilità finanziaria di Israele.

Penetrazione nel Congresso USA

Le pressioni del Mega Group e i finanziamenti dei PAC hanno certamente avuto un effetto dirompente nel condizionamento della politica americana.

Nel Congresso USA, sia nel Senato che nella Camera dei Rappresentanti, la stragrande maggioranza dei membri eletti è dichiaratamente pro-Israele, con una quota che supera costantemente l’80-90% dell’intero Parlamento americano.

Un’analisi dettagliata basata sui registri OpenSecrets e confermata da inchieste giornalistiche (come quelle del The Guardian) evidenzia che oltre 500 membri su 535 (435 alla Camera e 100 al Senato) hanno accettato finanziamenti da donatori o PAC dichiaratamente pro-Israele. L’AIPAC stessa dichiara regolarmente di sostenere e avere relazioni dirette con circa 360-380 membri in carica contemporaneamente, equamente divisi tra democratici e repubblicani.

La conferma del posizionamento dei politici non è nelle dichiarazioni, ma nel comportamento durante i voti per i pacchetti straordinari di aiuti militari a Israele. Nelle votazioni più discusse e divisive alla Camera, i voti contrari o gli astenuti (la quasi totalità appartenenti alla sinistra progressista democratica o all’ala libertaria/isolazionista repubblicana) oscillano solitamente tra i 20 e i 40 deputati al massimo, lasciando una maggioranza schiacciante di circa 400 deputati a favore. Al Senato il consenso è quasi unanime, con un’opposizione che raramente supera i 10-15 senatori.

Il sostegno a Israele è uno dei pochissimi temi rimasti autenticamente bipartisan con il Partito Repubblicano dove il consenso verso Israele arriva al 99% e il Partito Democratico dove il consenso si attesta su 80-85%.

Il Mega Group

Con il clamore provocato dal caso Jeffrey Epstein, spiegato bene nel libro “Il Sistema Epstein”, pubblicato da Amazon , è emersa una notizia passata in sordina relativa all’esistenza di un cosiddetto Mega Group.

Il Mega Group, nato nel 1991, era un gruppo informale e privato di miliardari e filantropi ebrei americani (e canadesi), nato per coordinare donazioni e iniziative legate alla comunità ebraica e a Israele. Non era un’organizzazione formale con sede o statuto pubblico, ma un circolo esclusivo su invito.

Il gruppo riuniva alcuni dei più ricchi “donatori” ebrei e arrivò a contare fino a 50 membri; tra essi c’era anche Alan Greenberg (capo del colosso finanziario Bear Stearns), che Epstein ben conosceva, e vari magnati di diversi settori, tra cui il regista Steven Spielberg.

Uno dei fondatori del Mega Group, Leslie Wexner (proprietario, tra l’altro, di Victoria’s Secret), e Leon Black, uno dei ricchi aderenti al gruppo, sono stati i maggiori finanziatori di Jeffrey Epstein, sostenendo in pratica tutte le attività di Epstein. Addirittura Epstein  gestì per vari anni il patrimonio di Wexner.

Ufficialmente il gruppo si presentava come un forum di discussione filantropica e di studio sull’ebraismo. Coordinava le donazioni verso cause ebraiche (educazione, identità ebraica, continuità del popolo ebraico), sosteneva Israele e cercava di rafforzare i legami tra ebrei e lo Stato ebraico.

Nella pratica il Mega Group funzionava come un cartello filantropico strategico ad altissimo livello.  I membri decidevano come destinare miliardi di dollari per massimizzare l’impatto su educazione ebraica, sostegno a Israele e per effettuare influenza politica indiretta, soprattutto sul Congresso e sulla politica estera USA verso il Medio Oriente. Era una lobby pro-Israele molto potente, anche se non figurava come tale: usava la filantropia come leva per orientare fondi e opinione pubblica.

Questo ha alimentato teorie secondo cui il Mega Group fosse anche un veicolo per influenza geopolitica, riciclaggio di denaro o persino operazioni di intelligence (spesso legate ai Maxwell e al Mossad).

In altre parole era uno dei meccanismi più efficaci con cui una piccola élite di miliardari ebrei coordinava la filantropia su scala gigantesca e rafforzava il sostegno americano verso Israele. Ufficialmente era un club di studio e donazioni; di fatto un potente strumento di potere ebraico-americano.

Il controllo dei media

Questa sinergia di gruppo ha probabilmente favorito e finanziato la nascita di vari gruppi industriali in vari settori di attività, specialmente nel settore dei mezzi di comunicazione, nei social media e nell’intrattenimento.

Di seguito sono riportati i nomi di ricchi ebrei che sono a capo di grandi aziende e che esercitano più o meno attivamente un sostegno nei confronti di Israele. Tale sostegno ovviamente si riflette anche nel comportamento delle aziende controllate.

Sostanzialmente, ne consegue che il settore dei media, dell’intrattenimento, dell’informazione, della comunicazione è di certo posizionato a sostegno di Israele, con l’intento di condizionare l’opinione pubblica.

Mark Zuckerberg – Mark Zuckerberg, di famiglia ebraica di New York, e sua moglie, Priscilla Chan, sostengono attivamente diverse cause sociali e mediche. Nel corso degli anni hanno donato milioni di dollari a svariate organizzazioni e istituzioni ebraiche e a programmi culturali negli Stati Uniti.

Zuckerberg controlla il gruppo META, che include le società: Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger, Threads, Oculus, Meta AI.

Larry Page e Sergey Brin – Entrambi ebrei, controllano il gruppo Alphabet che include:  Google, YouTube, il sistema operativo Android, Gmail, Chrome, Pixel phones, Nest smart home devices, Fitbit, DeepMind, Gemini AI, Waymo self-driving cars, Verily, Calico, Wing drone delivery.

Il sostegno alla causa pro-Israele non è manifestamente espresso in termini di finanziamenti e di sostegno politico. Solo Sergey Brin, in qualche occasione, è intervenuto contro le accuse di genocidio della popolazione di Gaza.

Il legame concreto con lo Stato d’Israele si manifesta però attraverso le attività commerciali di Google.

Nonostante le forti proteste interne di alcuni dipendenti pro-palestinesi, i vertici aziendali hanno fermamente difeso la validità del Project Nimbus, un contratto miliardario siglato con il governo e il ministero della Difesa israeliano per la fornitura di servizi cloud e intelligenza artificiale, ribadendo la centralità strategica del polo tecnologico di Tel Aviv per l’intero ecosistema di Alphabet.

David Zaslav – David Zaslav è presidente e CEO di Warner Bros che rappresenta uno dei pilastri storici e più importanti dell’industria cinematografica.

La Warner Bros ha inoltre una vasta rete di canali televisivi che includono HBO, CNN, Discovery Channel, TLC, Food Network, HGTV, Animal Planet, TNT, TBS, Cartoon Network.

In Italia si possono vedere i suoi canali: NOVE, Real Time, DMAX, Digital Plus, Giallo, Motor Trend, Food Network, HGTV.

Zaslav, di famiglia ebraica, è una figura centrale nella rete di beneficenza e nelle fondazioni ebraiche statunitensi ed è un convinto sostenitore delle cause pro-Israele, specialmente dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

Bob Iger – Bob Iger è il CEO della Walt Disney Company, società attiva in vari settori dell’informazione e dell’intrattenimento.

Disney possiede vari studi di produzione cinematografica e intrattenimento come: Marvel Studios, Lucasfilm,casa di produzioni cinematografiche come Star Wars e Indiana Jones, Pixar Animation Studios e 20th Century Studios.

Possiede anche ABC (American Broadcasting Company), una delle grandi reti televisive storiche e generaliste statunitensi, e National Geographic, network televisivo (e multimediale) globale focalizzato su documentari di scienza, natura, storia ed esplorazione. Possiede anche ESPN (Entertainment and Sports Programming Network), leader mondiale nell’intrattenimento sportivo, che gestisce canali via cavo, il sito web e la piattaforma streaming ESPN+.

Sotto la guida di Iger, di famiglia ebrea, Disney ha assunto una posizione ferrea contro i discorsi e le accuse verso Israele relativi al conflitto palestinese.

All’indomani degli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023, Bob Iger è stato uno dei primi e più decisi leader di Hollywood a schierare la propria azienda in difesa delle vittime in Israele, sia con dichiarazioni ufficiali, sia con sostegni economici a favore della Croce Rossa israeliana e a varie organizzazioni no-profit israeliane.

Shari Redstone – Sheri Redstone controlla Paramount Global<, che è una delle più grandi e storiche media company del mondo, nata dall’unione dei giganti Viacom e CBS, controllata per decenni dalla famiglia Redstone.

Paramount Global possiede gli studi cinematografici Paramount di Holliwood; possiede varie reti e canali TV con comprendono CBS News, CBS Sports, Pluto TV. Possiede anche reti TV all’estero, tra cui Network 10 in Australia, Telefe in Argentina e Chilevisión in Cile.

Shari Redstone si identifica apertamente come un’ebrea osservante ed è una sostenitrice attiva e appassionata di Israele, tanto che i suoi figli hanno studiato in Israele. Negli anni, Shari ha utilizzato il proprio patrimonio e l’influenza culturale per sostenere la comunità ebraica, aumentando il suo impegno pro-Israele specialmente dopo l’attacco del 7 ottobre.

Famiglia Roberts – La famiglia Roberts controlla Comcast Corporation, uno dei più grandi colossi dei media, dell’intrattenimento e delle telecomunicazioni al mondo. Si tratta di un impero industriale che possiede gli studi cinematografici Universal Pictures, le reti televisive NBC e Telemundo, i canali MSNBC e CNBC, la pay-TV Sky (Europa).

Sia il fondatore Ralph Roberts che il figlio Brian provengono da famiglie della comunità ebraica di Philadelphia. La famiglia Roberts è storicamente impegnata in importanti donazioni a istituzioni culturali e musei ebraici negli Stati Uniti.

Andy Jassy – Andy Jassy è il CEO di Amazon, società che, tra l’altro, controlla MGM Studios e la piattaforma di intrattenimento social media di gaming Twitch.

MGM studios (Metro-Goldwyn-Mayer) è invece una delle principali aziende di produzione cinematografica.

Sam Altman – È un imprenditore, investitore e dirigente tecnologico statunitense, universalmente noto come co-fondatore e CEO di OpenAI, la società che ha sviluppato ChatGPT dando il via alla moderna rivoluzione dell’intelligenza artificiale

Sam Altman mantiene rapporti molto stretti con l’ecosistema tecnologico e le istituzioni israeliane. Nel giugno del 2023, Altman ha compiuto una visita istituzionale in Israele. Durante il viaggio ha incontrato il Presidente israeliano Isaac Herzog e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

L’intelligenza artificiale di OpenAI e ChatGPT è sotto il suo controllo.

Alex Karp, Stephen Cohen e Joe Lonsdale – Sono tre ebrei che, insieme a Peter Thiel, hanno fondato Palantir. Alex Karp è CEO di Palantir

Palantir Technologies è una delle società di software e analisi dati più potenti e controverse al mondo. Fondata nel 2003 con il contributo del fondo di venture capital della CIA, è nata con l’obiettivo specifico di creare software per l’antiterrorismo e l’intelligence militare.

Palantir è usata dalle principali agenzie di sicurezza occidentali; i suoi clienti storici includono la CIA, l’FBI, la NSA, il Dipartimento della Difesa USA, il Ministero della Difesa del Regno Unito e svariate agenzie di intelligence dei paesi NATO.

Il legame tra Palantir e lo Stato di Israele è profondo, palese e rivendicato con forza dalla leadership dell’azienda.

Larry Ellison – Larry Ellison, anche lui di famiglia ebraica, è uno dei principali protagonisti del mercato dell’Information Technology con Oracle, Java, MySQL e numerosi altri prodotti.

Negli ultimi anni ha sfruttato la sua immensa fortuna, diventando anche uno dei più potenti e influenti magnati con l’acquisizione degli studi cinematografici Paramount e dei canali televisivi CBS e MTV e controlla effettivamente anche il social media TikTok.

Sta cercando anche di acquisire Warner Bros e CNN (acquisizione  al momento bloccata dai giudici per antitrust).

Larry Ellison è uno dei più grandi finanziatori privati della causa israeliana ed è storicamente legato alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) che ha sostenuto con finanziamenti milionari. Ellison vanta inoltre una stretta amicizia personale con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Da quanto sopra esposto, risulta abbastanza evidente  come il sistema mediatico contemporaneo sia fortemente influenzato da un ristretto numero di grandi conglomerati industriali e finanziari, molti dei quali hanno espresso posizioni favorevoli alla politica estera israeliana o intrattengono rapporti consolidati con ambienti culturali e politici statunitensi che sostengono Israele. Questa convergenza di interessi non riguarda solo la proprietà dei media tradizionali, ma si estende alle piattaforme digitali, ai social network e alle nuove tecnologie di comunicazione.

Nel mondo dell’intrattenimento, le grandi produzioni cinematografiche e televisive tendono a riflettere narrative coerenti con la visione geopolitica dominante negli Stati Uniti, dove il sostegno a Israele rappresenta da decenni un pilastro bipartisan. Allo stesso modo, i dibattiti politici, i telegiornali e i programmi di approfondimento sono spesso incardinati in cornici interpretative che privilegiano questa prospettiva, contribuendo a definire ciò che viene percepito come “normale”, “legittimo” o “autorevole”.

Anche l’ecosistema digitale — dai social network alla navigazione online, fino all’interazione con sistemi di intelligenza artificiale — risente di questa impostazione. Le piattaforme che gestiscono la distribuzione dei contenuti operano attraverso algoritmi appositamente progettati. In questo contesto, le narrative favorevoli a Israele risultano spesso più visibili, mentre quelle critiche possono essere marginalizzate, etichettate come controverse o sottoposte a moderazione più severa.

Il risultato complessivo è un ambiente informativo che, pur non essendo monolitico, tende a orientare l’audience verso una specifica interpretazione dei rapporti internazionali e dei conflitti mediorientali. Questo processo non avviene attraverso una censura esplicita, ma tramite una combinazione di scelte editoriali, dinamiche industriali, algoritmi di visibilità e relazioni politiche consolidate. L’effetto implicito è quello di condizionare la percezione pubblica, influenzando ciò che appare credibile, ciò che viene discusso e ciò che invece rimane ai margini del discorso pubblico.

Trump e Israele

Da quanto esposto risulta abbastanza evidente come da oltre un secolo le ricche famiglie ebraiche statunitensi si siano coalizzate per far nascere e supportare lo Stato di Israele. Sinergicamente hanno sviluppato una strategia di penetrazione della politica, delle istituzioni e dei mezzi di comunicazione in modo da influenzare la politica internazionale degli USA e condizionare l’opinione pubblica.

È molto probabile che questa strategia abbia anche influenzato le operazioni del Deep State sempre pronto a sostenere interventi militari degli Stati Uniti e ad imporre l’egemonia USA nel mondo. Gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente in Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Somalia, Yemen, Siria, tutti paesi arabi nemici di Israele.

La nomina del presidente Trump sembrerebbe però aver in parte destabilizzato questa politica belligerante degli USA.

Se c’è un aspetto che rende la figura di Trump ancora più enigmatica, è proprio il contrasto tra il suo coraggio nello sfidare il Deep State americano e la sua inspiegabile remissività verso Israele. Perché, bisogna riconoscerlo, Trump ha osato là dove pochi presidenti avevano osato prima di lui.

Ha vietato la moneta digitale CBDC, minacciando così il controllo che le élite finanziarie esercitano sulla circolazione monetaria. Ha bocciato l’ideologia Woke, smantellando parte dell’apparato culturale progressista che funge da braccio ideologico del globalismo. Ha bloccato l’immigrazione illegale, sfidando le lobby che vedono nell’apertura delle frontiere uno strumento di indebolimento degli Stati nazionali. Ha fatto uscire gli Stati Uniti da istituzioni internazionali come l’OMS e l’Accordo di Parigi sul clima, e ha più volte manifestato l’intenzione di ridimensionare il ruolo della NATO. Ha voluto riallacciare i rapporti con la Russia, rompendo il fronte unico della guerra per procura in Ucraina. In sostanza, Trump ha abbandonato la politica della globalizzazione, restituendo agli Stati Uniti una parvenza di sovranità che sembrava perduta.

Ha continuato in questa sua impresa nonostante i tentativi messi in atto per fermarlo. Dai due impeachment, alle querele giudiziarie, fino agli attentati alla sua vita, il sistema ha fatto di tutto per eliminare un presidente che minacciava gli equilibri di potere consolidati. Eppure Trump è rimasto in piedi, più determinato che mai.

Proprio per questo, il suo atteggiamento verso Israele appare ancora più stridente e contraddittorio. Un uomo che ha dimostrato di non temere la Cina, la Russia, l’Europa globalista, i media, la magistratura e persino i servizi segreti, sembrerebbe invece piegarsi senza apparente resistenza alle richieste di Tel Aviv. Sostiene guerre che non giovano agli USA, finanzia un alleato che non ricambia con alcun vantaggio strategico, e non riesce a realizzare il disimpegno mediorientale che pure più volte ha dichiarato di volere.

L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha introdotto un elemento apparentemente contraddittorio nel rapporto tra Stati Uniti e Israele. Da un lato, Trump ha offerto a Israele un sostegno senza precedenti: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale, lo spostamento dell’ambasciata, il via libera agli insediamenti in Cisgiordania e, soprattutto, un appoggio militare massiccio nella guerra per procura contro l’Iran. Quest’ultimo conflitto – caldeggiato con forza da Tel Aviv – è stato condotto dagli Stati Uniti con costi enormi e senza un chiaro vantaggio per gli interessi americani, alimentando il sospetto che Trump stesse agendo più come esecutore degli ordini israeliani che come presidente di una potenza sovrana.

Eppure, dall’altro lato, lo stesso Trump ha mostrato aperture inedite verso il mondo arabo: gli accordi di Abramo, la normalizzazione con gli Emirati, il Bahrein e il Sudan, i rapporti con l’Arabia Saudita. Mosse che, sulla carta, vanno nella direzione di una pacificazione regionale, ma che Israele ha guardato con sospetto, temendo che un fronte arabo-unito potesse indebolire la sua posizione di supremazia.

L’impressione generale è che Trump “vorrebbe” uscire dal caos mediorientale – mettere fine alle guerre infinite, ridurre l’impegno militare americano, disinnescare le tensioni – ma che, nei fatti, non possa farlo. Ogni suo tentativo di ritiro o di riequilibrio viene puntualmente vanificato da pressioni interne che lo costringono a tornare sui propri passi o a intensificare il sostegno a Israele contro la sua stessa dichiarata volontà.

La risposta, secondo alcuni, va cercata nei cosiddetti Epstein Files. Jeffrey Epstein, il finanziere coinvolto in uno degli scandali sessuali e politici più oscuri degli ultimi decenni, era infatti un convinto sostenitore di Israele e, secondo alcuni report dello stesso FBI, intratteneva stretti rapporti con i servizi segreti israeliani. Le sue reti di ricatto – che coinvolgevano politici, giudici, magnati e persino membri della famiglia reale britannica – non sarebbero finite nel nulla con la sua morte, ma sarebbero state consegnate nelle mani del Mossad e accuratamente custodite e utilizzate come merce di scambio proprio da Tel Aviv.

In questo quadro, Trump – che con Epstein ebbe rapporti personali e frequentazioni note – potrebbe essere uno dei tanti personaggi pubblici le cui compromettenti frequentazioni giovanili sono state documentate e conservate. Il ricatto, esercitato in modo silenzioso ma efficace, spiegherebbe perché un presidente che dichiara di volere la pace e il disimpegno finisce per sostenere ogni richiesta israeliana, anche quando questo va contro l’interesse strategico americano. Trump potrebbe essere quindi prigioniero di un ricatto, intrappolato in una rete di compromessi e segreti che gli impediscono di agire liberamente.

Per questo, Trump può permettersi di dichiarare guerra al Deep State globale su tutti i fronti, ma quando si tratta di Israele, la sua voce si fa incerta, i suoi atti contraddittori, le sue promesse di pace restano lettera morta.

Se questa chiave di lettura fosse fondata, allora il caso Trump non è un’eccezione, ma la conferma più clamorosa di quanto l’influenza israeliana sia ormai strutturale e inscindibile dal potere politico statunitense, al punto che persino un presidente “antisistema” si rivela, nei fatti, un fedele esecutore.

Qualcosa sta cambiando

Nell’ultimo periodo qualcosa sta però cambiando. Aumentano le critiche sulla guerra contro l’Iran, che non porta nessun vantaggio agli USA. Nei social network si parla sempre più di come il Congresso sia condizionato dalle PAC pro-Israele, con leggi e finanziamenti a favore di Israele, fino a proporre l’unione dell’esercito USA a quello di Israele.

Stanno comparendo numerosi post sull’attacco del 9-11 alle Torri Gemelle, sostenendo che il crollo delle torri sia dovuto a una demolizione controllata e non all’impatto di aerei. Sono post spesso ben motivati e documentati e viene lanciata l’accusa di un attacco messo in atto dal Deep State USA per ordine del Mossad.

Stanno comparendo dichiarazioni che sostengono che una settimana prima del 7 ottobre Netanyahu era stato avvertito da fonti estere di un possibile attacco ai coloni israeliani, ma Netanyahu non gli aveva dato peso, anzi aveva sguarnito i controlli di frontiera.

Tutto ciò è dovuto ad un cambio di orientamento dell’opinione pubblica. Dopo oltre vent’anni di interventi militari in Medio Oriente, l’opinione pubblica americana mostra una forte insofferenza verso il coinvolgimento in nuove guerre ed il supporto di Israele.

La percezione diffusa è che Israele abbia trascinato gli USA in un conflitto che non porta vantaggi strategici agli Stati Uniti. Le immagini di Gaza e del Libano hanno radicalizzato l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani. Molti americani ritengono che la guerra in Iran non serva gli interessi USA e cheil Congresso sia eccessivamente condizionato dalle lobby pro‑Israele.

Il dato più significativo è il crollo del sostegno a Israele, soprattutto tra i giovani e gli elettori democratici. Sondaggi recenti mostrano che il 60% degli americani ha un’opinione sfavorevole di Israele, con punte dell’80% tra i democratici. Tra i giovani sotto i 30 anni, circa il 75% simpatizza più per i palestinesi che per gli israeliani.

Le elezioni di mid-term potrebbero rafforzare o indebolire il potere di Trump, ma, in ogni caso, dovrebbe esserci l’intenzione bipartisan di porre fine alla guerra in Iran. È meno prevedibile quale potrebbe essere la reazione di Israele, dove esistono fazioni interne che hanno visioni opposte.

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