Abbiamo visto nei post precedenti come e perché l’Intelligenza Artificiale ha bisogno di enormi data center per eseguire i calcoli matematici necessari per il suo funzionamento.
Per chi come me ha lavorato nell’informatica, il salto tecnologico è stato impressionante. Un grande computer (mainframe) IBM 360/30 degli anni ’60 aveva 64Kb (64.000 byte) di memoria, occupava lo spazio di una stanza, poteva avere un disco magnetico di qualche megabyte per memorizzare i dati. Tanto per dare un’idea, 64 Kb di memoria possono contenere circa 30 pagine di testo.
Oggi un normale telefonino ha 12 Gb di memoria RAM (12.000.000.000 di byte), può contenere su disco 512 Gb di dati e pesa solo 200 grammi.
Un server di un data center per IA può avere una memoria RAM di 4 Tb (4.000 Gb), una memoria su dischi SSD di 20-30 Tb e assorbire circa 10 Kw di energia elettrica.
Un moderno grande data center IA contiene fino a 100.000 o più server di questo tipo, assorbendo quindi circa 1000 Mw di energia elettrica. Per avere un’idea di confronto, un grande ospedale assorbe circa 15 Mw di energia elettrica. Per ospitare tali server servono circa 30-40.000 metri quadrati, l’equivalente di 5 campi di calcio.
I server dei data center generano grandi quantità di calore e richiedono sistemi di raffreddamento dedicati. Molti impianti utilizzano circuiti ad acqua o tecnologie ibride che possono comportare consumi idrici significativi. Per dissipare il calore sono inoltre necessari impianti esterni di raffreddamento, come torri evaporative, dry cooler o gruppi frigoriferi, spesso caratterizzati da dimensioni rilevanti e da emissioni acustiche che richiedono specifiche misure di riduzione del rumore.
Data Center – Voluti e Rifiutati
In Italia, secondo il report AI for Energy della School of Management del Politecnico di Milano, sono attualmente presenti 262 data center, concentrati principalmente in Lombardia e Lazio. La maggior parte degli impianti è di dimensioni medio-piccole, mentre solo una quota limitata appartiene alla categoria dei grandi data center. Tuttavia, nei prossimi anni è previsto un significativo incremento del numero delle strutture, in particolare di quelle di grandi dimensioni destinate a supportare lo sviluppo del cloud computing e dell’intelligenza artificiale, con un conseguente aumento della domanda di energia, acqua e suolo.
Il tema sta iniziando a entrare nel dibattito pubblico perché, nelle aree individuate per la realizzazione dei nuovi impianti, una parte crescente della popolazione manifesta la propria contrarietà, soprattutto a causa del potenziale impatto ambientale. Il fenomeno non riguarda soltanto l’Italia: proteste e opposizioni locali si registrano in diversi Paesi europei e, in misura ancora più evidente, negli Stati Uniti, dove l’espansione dei grandi data center dedicati all’intelligenza artificiale ha già aperto un acceso confronto sul consumo di energia, acqua e territorio.
Al contrario, la realizzazione di nuovi data center è generalmente vista con favore da molti amministratori locali e rappresentanti politici, che considerano queste infrastrutture un’opportunità di sviluppo economico per il territorio. Le aspettative riguardano soprattutto la creazione di posti di lavoro, sia diretti sia nell’indotto, l’attrazione di nuovi investimenti e l’incremento delle entrate fiscali legate alle attività economiche generate dagli impianti.
Siamo convinti che conviene?
Andrebbero però fatte altre considerazioni a livello di paese. Perché le grandi aziende di IA, che sono quasi tutte americane, non installano i data center negli Stati Uniti e vengono a metterli in Europa?
I motivi sono vari e dovuti in parte anche a ciò di cui abbiamo già parlato. La popolazione non li vuole, ma soprattutto richiedono una quantità enorme di energia.
Negli Stati Uniti il tema dell’approvvigionamento energetico dei data center è diventato centrale. L’amministrazione Trump ha promosso accordi con i principali operatori del settore affinché provvedano direttamente alla capacità di generazione elettrica necessaria ai propri impianti, evitando che i costi ricadano sui consumatori. Trump ha sostenuto pubblicamente che i grandi data center dovrebbero produrre autonomamente l’energia di cui hanno bisogno, ma tale orientamento non risulta essere stato formalizzato in un obbligo generale mediante uno specifico ordine esecutivo.
Installare nuovi grandi centri in Italia potrebbe comportare un aumento del costo dell’energia; quando aumenta la domanda aumentano anche i prezzi, è la legge del mercato.
Per quanto riguarda l’occupazione, questi centri hanno bisogno di poco personale. A regime, un grande data center potrebbe occupare intorno ai 200-400 dipendenti; il boom occupazionale c’è solo nella fase di costruzione degli immobili e degli impianti.
Un’altra considerazione riguarda la proprietà di questi grandi investimenti. Nel mercato dei data center di nuova generazione, in particolare degli impianti hyperscale e dei grandi campus destinati all’intelligenza artificiale, gli investitori stranieri controllano una quota largamente maggioritaria del valore complessivo dei progetti realizzati o in fase di sviluppo in Italia.
È importante distinguere tra il numero di impianti e il loro peso economico. Se si considerano tutti i data center presenti in Italia, comprese le numerose strutture di piccole e medie dimensioni, la presenza di operatori italiani rimane significativa. Se invece si guarda ai miliardi di euro destinati ai nuovi campus hyperscale e alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, il ruolo degli investitori esteri diventa nettamente predominante, rappresentando oltre quattro quinti del valore complessivo degli investimenti.
Questo significa che una parte consistente dei profitti futuri generati da tali infrastrutture tenderà a confluire verso gruppi multinazionali esteri. Inoltre, gran parte delle tecnologie ad alto valore aggiunto necessarie alla loro realizzazione, come server, GPU, apparati di rete e sistemi di storage, viene importata dall’estero, con effetti che meritano di essere valutati anche sotto il profilo della sovranità tecnologica e della bilancia commerciale del Paese.
Subordinazione Tecnologica
Mentre l’opinione pubblica e la narrazione politica vedono l’afflusso di miliardi di euro di investimenti esteri nei data center italiani come fattore positivo per l’occupazione e lo sviluppo economico e digitale, un’analisi macroeconomica più profonda rivela una realtà diversa.
L’Italia, e più in generale l’Unione Europea, rischiano di scivolare in una condizione di subordinazione o neocolonialismo tecnologico. Il Paese sta mettendo a disposizione asset fisici scarsi e critici — suolo, acqua ed energia elettrica — per ospitare l’infrastruttura materiale di un’egemonia commerciale e strategica i cui profitti e il cui controllo rimangono saldamente radicati oltreoceano, in particolare negli Stati Uniti.
L’Italia assume su di sé i costi ambientali ed energetici: la saturazione delle reti elettriche e il consumo idrico per il raffreddamento dei server IA di nuova generazione. Di contro, il valore aggiunto effettivo viene esportato (i margini di profitto, la proprietà intellettuale degli algoritmi di IA, i dati).
Il territorio ospitante subisce l’impatto ecologico, mentre il ritorno occupazionale è minimo, dato che queste infrastrutture, una volta completate, richiedono pochissima forza lavoro diretta.
Ospitare i server non significa possedere la tecnologia. Confondere la presenza fisica dei data center con la sovranità tecnologica è un errore prospettico. L’Italia non sta diventando un attore della rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale, ma la sua centrale elettrica di supporto. Diventiamo locatori di spazi e fornitori di energia per i colossi del cloud statunitensi (Microsoft, AWS, Google) e per i fondi d’investimento globali, consolidando la nostra dipendenza da piattaforme esterne.
Nello scontro bipolare tra Stati Uniti e Cina per la supremazia geopolitica ed economica del XXI secolo, l’Intelligenza Artificiale è il terreno di scontro principale. In questa dinamica, l’Europa si posiziona come un territorio di retroguardia logistica. Non avendo campioni industriali nativi capaci di competere sul piano dei grandi modelli linguistici (LLM), il vecchio continente — e l’Italia come hub del Mediterraneo — viene ridotto a ‘colonia logistica‘ dell’alleato atlantico, utile a posizionare fisicamente le armi commerciali della Silicon Valley il più vicino possibile ai mercati di consumo.
Come tutelarsi
La presenza di questi data center è comunque necessaria. Mentre per le normali interrogazioni all’IA, fatte da noi utenti, non è necessario che i data center stiano nel nostro territorio, per applicazioni industriali, mediche, scientifiche, è importante che i tempi di risposta siano fulminei; non si può aspettare che la risposta arrivi dagli USA dopo un secondo.
Sarebbe quindi opportuno che l’installazione di questi centri sia subordinata a regole imposte dal legislatore, anziché a libere scelte delle aziende coinvolte. Andrebbero messi dei paletti a tutela dell’ambiente e della popolazione. Di seguito sono riportate alcune ipotesi di possibili azioni da porre a tutela dei cittadini e dell’ambiente.
Il timore principale è che i data center sottraggano energia destinata alle case o alle industrie locali e contribuiscano ad aumentare il costo dell’energia per tutti i cittadini. È esattamente la preoccupazione esplicitata da Donald Trump negli Stati Uniti.
Sarebbe quindi opportuno che gli investitori stranieri non si limitino a comprare certificati verdi sul mercato (i contratti PPA), ma siano obbligati a finanziare e costruire nuovi impianti dedicati ad alimentare i propri centri, o anche dotare il data center di enormi sistemi di accumulo a batterie per non pesare sulla rete nazionale durante i picchi di consumo.
I mega data center IA occupano capannoni giganteschi che cementificano il suolo e impattano visivamente sul paesaggio, oltre a generare rumore costante a causa dei sistemi di ventilazione.
Andrebbe quindi imposto il divieto assoluto di edificazione su suolo agricolo o nei pressi dei centri abitati, o anche di rigenerare ex aree industriali dismesse. In Lombardia e Piemonte ci sono centinaia di fabbriche abbandonate; si potrebbero costringere i giganti del tech a bonificare e riutilizzare questi spazi per ridurre il consumo di suolo e riqualificare quartieri degradati.
Inoltre, andrebbero imposti limiti severissimi sull’inquinamento acustico e la creazione di barriere verdi (alberi e parchi) intorno alle aree destinate ai data center.
Ove possibile, si potrebbe porre come condizione per il rilascio dei permessi edilizi l’obbligo per il data center di finanziare l’infrastruttura di teleriscaldamento per il quartiere circostante, sfruttando l’acqua calda residua e destinandola a scuole, ospedali e case popolari, abbattendo i costi per il riscaldamento.
Questo è possibile solo se gli impianti sono vicini a centri abitati e solo per alcuni tipi di impianti, in quanto dipende dalla tecnologia usata per il raffreddamento dei circuiti dei data center. In alternativa si potrebbe imporre l’obbligo di utilizzare sistemi di raffreddamento a circuito chiuso e sigillato (che non fanno evaporare l’acqua).
Un’azienda straniera che fattura miliardi grazie ai dati elaborati in Italia spesso paga pochissime tasse sul territorio locale a causa delle triangolazioni fiscali internazionali.
Andrebbero quindi introdotte tasse locali di compensazione ambientale calcolate ad esempio sui Megawatt consumati. Questi fondi potrebbero essere destinati per legge al Comune ospitante.
Un altro aspetto più generale, riguardante l’utilizzo dell’intelligenza artificiale per ridurre i posti di lavoro, è già stato affrontato in un precedente articolo.
Il ruolo della Politica
Mettere questi paletti non significa far scappare gli investitori. I grandi fondi internazionali hanno un disperato bisogno di installare server in Italia per motivi di mercato e sono disposti ad accettare regole stringenti pur di avere le autorizzazioni.
Un Paese che si svende per subordinazione geopolitica o per propaganda elettorale diventa una colonia; un Paese che pianifica e impone compensazioni trasforma un’infrastruttura impattante in un volano di sviluppo e benessere sociale per i propri cittadini.
